L’imprenditoria sociale per promuovere il cambiamento
L’imprenditoria sociale, anche nei contesti politici più fragili, riesce a mettere al centro l’individuo e a renderlo protagonista della propria storia, per un’economia che sappia essere al servizio della società e non il contrario.
Un atto di fiducia
L’imprenditoria sociale non è solo una strategia economica: rappresenta un atto di fiducia verso un futuro che, nonostante l’instabilità, non smette di generare possibilità. In contesti fragili come la Siria o la Palestina, dove l’inflazione galoppante e l’emergenza umanitaria sono sfide quotidiane, l’impresa sociale diventa lo strumento per restituire dignità e speranza alle comunità locali. Non si tratta solo di assistenza, ma di creare le basi per un cambiamento che parta dalle persone.
L’imprenditoria sociale a Betania
Il nostro impegno nell’imprenditoria sociale continua in particolare a Betania, dove assume il profumo del nardo. Qui, il recupero delle tradizioni locali legate agli oli profumati assume le caratteristiche dell’empowerment femminile. Le donne che sosteniamo in Palestina, come Maisa e Saida, soffrono delle gravi condizioni economiche imposte dal conflitto con Israele. Attraverso la creazione di prodotti artigianali di alta qualità, le aiutiamo a scrivere una nuova pagina della loro storia. “Preziose come il Nardo” è un progetto che, a partire dai principi dell’economia circolare, fa leva sul benessere psico-sociale delle sue protagoniste. Ce lo racconta Maisa:
In questa guerra ho perso mio figlio. Ma venire qui, tutti i giorni, a lavorare mi ha davvero restituito una vita
Il modello WIP
Work in Progress, invece, è attivo tra Damasco, Aleppo e il Libano e sostiene la micro-imprenditoria locale non solo con fondi economici, ma anche con un percorso di coaching personalizzato. Ne abbiamo parlato di recente con Teresa Cinquina, referente del progetto, che ha raccontato cosa significa far leva sull’impresa sociale in contesti di crisi e iperinflazione.
Fare impresa in Siria oggi significa scommettere su un rischio incalcolabile. Il nostro obiettivo, però, è intercettare chi è rimasto per permettergli di creare un pezzo di futuro nella propria terra.
Le radici dell’imprenditoria sociale
L’imprenditoria sociale affonda le sue radici nel XIX secolo con il movimento cooperativo, nato per tutelare le classi più fragili della società come braccianti e operai. In Italia, questo approccio è passato attraverso l’Economia civile, promossa da teorici quali Antonio Genovesi già all’inizio del Settecento.
L’economia civile teorizzava un mercato etico: non un semplice luogo di profitto, ma uno spazio per il bene comune. Un’economia al servizio della società, non una società al servizio dell’economia. Questi erano i propositi tracciati alle origini di quella che oggi chiamiamo imprenditoria sociale.
Finanziare persone, non solo progetti: l’evoluzione dell’imprenditoria sociale
Negli anni ‘80, l’economista Bill Drayton fonda Ashoka, la rete degli imprenditori sociali. L’imprenditore sociale non è chi distribuisce cibo agli affamati (quello è il ruolo, pur nobile, dell’assistenza), ma chi si chiede:
Perché queste persone non hanno accesso al cibo e come posso cambiare il sistema produttivo o distributivo affinché il problema non si ripresenti?
L’obiettivo è il cambiamento sistemico: una modifica permanente nel modo in cui una società opera, attraverso nuove leggi, nuove dinamiche di mercato o nuovi standard culturali. L’organizzazione Ashoka,ad esempio, nasce per identificare e selezionare imprenditori sociali di spicco in tutto il mondo che hanno ideato soluzioni innovative per problemi sociali (sanità, ambiente, istruzione, diritti umani).
Questa visione ha trovato un solido fondamento intellettuale nel pensiero di Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia che ha scardinato la visione tradizionale dello sviluppo: il progresso di una nazione non si misura dal PIL, ma dalle ‘capabilities’ dei suoi cittadini. Per Sen, lo sviluppo reale non è un dato statistico, ma coincide con la libertà concreta delle persone di condurre la vita che desiderano.
Se negli anni ’80, quindi, Bill Drayton forniva gli strumenti operativi per creare il cambiamento, Amartya Sen spiegava al mondo che il vero sviluppo non è accumulo di ricchezza, ma l’espansione del benessere psico-sociale, dato dalla possibilità di scelta.
L’imprenditoria sociale emerge come ponte tra queste due visioni: usa il mercato per restituire alle persone il potere di autodeterminare il proprio destino.
Restare: la storia di Reem Haddad
Il progetto WIP attua proprio questo approccio: sostiene i professionisti locali che scelgono di restare, come la pediatra Reem Haddad. In un’area densamente popolata di Damasco, dove l’instabilità economica spesso nega il diritto alla salute, Haddad incarna perfettamente questa missione.
Forte di una solida formazione quadriennale maturata presso l’Ospedale Al-Mujtahid e il dipartimento di neonatologia dell’Al-Zahrawi, Reem ha messo la sua vasta esperienza al servizio della sua comunità.
La sua clinica specializzata non è solo un presidio medico, ma una sfida alle epidemie e alla precarietà: qui accoglie pazienti dai primi giorni di vita fino ai 13 anni, garantendo diagnosi e trattamenti d’avanguardia a prezzi accessibili anche per le famiglie più vulnerabili.
Ogni bambino curato da Reem rappresenta uno di quegli atti di fiducia di cui parlavamo all’inizio: la prova che restare non è una rinuncia, ma un modo per continuare a investire sulla vita.