La conservazione dei luoghi sacri in Terra Santa è molto più di un intervento tecnico: è un lavoro che unisce ricerca, memoria e dialogo tra culture e religioni.
I luoghi sacri: un mosaico di fedi
La Terra Santa non è sacra per una sola tradizione. Gerusalemme ospita il Monte del Tempio con la Moschea di Al-Aqsa e la Cupola della Roccia, terzo luogo sacro dell’Islam, dove secondo la tradizione il Profeta Maometto ascese al cielo. A pochi passi si trovano il Muro Occidentale, il più sacro luogo di preghiera ebraica, e il Santo Sepolcro, cuore della fede cristiana. Ogni luogo porta con sé fedi che si intrecciano da secoli, formando un patrimonio culturale di straordinaria densità.
Questa complessità non è una novità del nostro tempo. Già agli inizi del Novecento, il francescano Pasquale Baldi documentava con rigore storico la “questione dei Luoghi Santi”, descrivendo una molteplicità di interessi; religiosi, storici, artistici, politici; che da secoli si intrecciano attorno agli stessi siti. La conservazione di questi luoghi sacri era per i Frati Minori una missione plurisecolare, vissuta nel segno di una presenza aperta al dialogo con le comunità locali, cristiane, musulmane ed ebraiche.
È su questo principio che la conservazione del patrimonio culturale va avanti ancora oggi: non riguarda una sola fede, ma chiunque senta il peso della storia. Perché quella Terra, come scriveva Baldi, è “così celebre nella storia e così venerata nelle tradizioni religiose dei popoli” da appartenere, in fondo, a tutti.
La conservazione dei luoghi sacri non significa, infatti, evitare che crollino. Significa studiarne le origini con rigore archeologico, ricostuirne le connessioni storiche e comprendere come renderli accessibili a comunità locali e studiosi senza snaturarne l’essenza.
A questo lavoro contribuiscono centinaia di santuari in Terra Santa e nel Medio Oriente allargato.
Tre cantieri che mostrano cosa voglia dire conservazione
Il primo è la Basilica del Getsemani a Gerusalemme, il luogo dove Gesù patì l’agonia prima della Passione. La grande basilica dalle 12 volte, progettata dall’architetto Antonio Barluzzi e terminata nel 1924, non era mai stata restaurata fino a quando la Custodia non decise di intervenire. Il progetto di restaurazione dei mosaici, portato a termine nel 2013, ebbe un duplice obiettivo: conservare uno dei luoghi più importanti di Gerusalemme e offrire un’opportunità ai restauratori locali. I Francescani, in quell’occasione, scelsero di investire nella formazione dei giovani locali palestinesi, collaborando con il Mosaic Centre di Gerico.
Sul Monte degli Ulivi, nel luogo in cui la tradizione colloca l’episodio evangelico del pianto di Cristo, sorge il santuario denominato Dominus Flevit – dal latino, appunto, “il Signore pianse”. Proprio qui è stato aperto un secondo cantiere dedicato al restauro dei preziosi mosaici bizantini, affidato a quegli stessi giovani del Mosaic Centre che, guidati dall’architetto Osama Hamdan, continuarono a prendersi cura del patrimonio artistico della città, trasformando la memoria in un gesto concreto di conservazione del patrimonio culturale.
Il terzo cantiere, il più complesso, è la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, che racchiude il Calvario e la Tomba di Gesù. Nel 2016 le tre principali confessioni cristiane responsabili del santuario – greci ortodossi, armeni e francescani – raggiunsero uno storico accordo per restaurare l’Edicola, il tempietto che custodisce la tomba di Gesù. La Custodia di Terra Santa incaricò proprio l’architetto Hamdan, docente di restauro archeologico all’Università Al-Quds di Gerusalemme, di seguire ogni fase dei lavori per conto della comunità cattolica.
Una storia che non finisce mai: la conservazione dei luoghi sacri
La storia non finisce qui: nel 2022, le tre comunità si riunirono nuovamente per avviare un intervento ancora più imponente sulla pavimentazione dell’intera Anastasis, la grande rotonda della Basilica. Le operazioni sono state coordinate da un ufficio di esperti, il Common Technical Bureau. E ancora una volta fu un l’architetto musulmano Osama Hamdan a essere scelto come supervisore dei lavori; lavori condotti dall’Università della Sapienza di Roma in collaborazione con il Centro di Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” per il trattamento delle pietre pavimentali e con il Politecnico di Milano per la documentazione e la modellazione digitale.
Gli ecclesiastici responsabili della basilica del Santo Sepolcro e l’ archittetto Osama Hamdan il 30 agosto 2022 a Gerusalemme. (foto m.a.b./CTS)
Questo cantiere si è rivelò anche un’occasione scientifica irripetibile: lo scavo archeologico sistematico dell’intera area, condotto dal team di esperti insieme allo Studium Biblicum Franciscanum ha portato alla luce strutture di epoca romana, bizantina e crociata, permettendo di ricostruire la storia millenaria del sito.
Ma dietro questi lavori ci sono anche storie personali, percorsi di vita che aiutano a capire cosa significhi davvero “custodire”.
Una vita tra fede e patrimonio culturale: padre Alliata
Tra le figure più rappresentative di questo lavoro c’è Eugenio Alliata, francescano e archeologo, che ha trascorso oltre cinquant’anni in Terra Santa. La sua vocazione nasce molto presto, sulle rive del Lago Maggiore, vicino al convento di Monte Mesma, dove fin da bambino matura il desiderio di diventare frate. Entra giovanissimo in seminario e, a soli quindici anni, veste l’abito francescano durante il noviziato.
Dopo gli studi e le prime esperienze pastorali tra Torino e Novara, chiede di proseguire gli studi biblici. Il passaggio decisivo arriva nel 1979, quando viene inviato a Gerusalemme.
La mia intenzione era studiare la Bibbia. L’archeologia è arrivata quasi per caso.
Allo Studium Biblicum Franciscanum, durante un corso di archeologia pratica tenuto da padre Loprè, un esercizio di disegno della ceramica antica segna l’inizio di un percorso inatteso: consegnato un vaso da disegnare alla sera, lo restituisce completato la mattina dopo, secondo le regole del metodo. Il risultato colpisce il professore. Poco dopo, padre Bagatti lo manda a seguire uno scavo a Betlemme. Da quell’esperienza nasce il primo articolo scientifico, firmato insieme.
È stato un caso fortunato. Non lo cercavo, ma da lì la strada era tracciata.
Frate Eugenio Alliata a Betania
La conservazione dei luoghi sacri come lettura della storia
Negli anni, padre Alliata lavora accanto a figure chiave dell’archeologia francescana, partecipando a scavi tra Palestina e Giordania, e contribuendo allo studio della presenza cristiana antica. La sua esperienza si sviluppa in un contesto complesso, segnato da tensioni politiche e conflitti:
Negli anni, padre Alliata lavora accanto a figure chiave dell’archeologia francescana. Con padre Virgilio Corbo partecipa a più campagne di scavo a Cafarnao, città in cui Gesù visse durante il ministero pubblico: in una di queste campagne gli viene affidata in autonomia un’area con sei operai, con la responsabilità diretta delle decisioni sul campo. Con padre Michele Piccirillo lavora per oltre vent’anni in Transgiordania, nella regione del Monte Nebo e nelle città del deserto: luoghi come Umm al-Rasas, abbandonati ma straordinariamente conservati, con chiese i cui muri arrivavano ancora all’altezza dei primi archi e mosaici di grande valore artistico ricchi di iscrizioni sull’antico cristianesimo della regione. L’obiettivo non era solo scientifico: riportare alla luce quei resti significava restituire ai cristiani locali; oggi minoranza in terre dove un tempo erano maggioranza; la coscienza delle proprie radici. Questo lavoro si sviluppa in un contesto segnato da tensioni politiche e conflitti ricorrenti:
Era già un paese sotto occupazione militare. Poi con l’intifada tutto è cambiato.
Ma proprio questa complessità mette in luce un aspetto cruciale: la conservazione del patrimonio e con essa l’archeologia non può essere neutrale.
È impossibile non avere un orientamento. Anche noi cerchiamo ciò che ci riguarda. L’importante è esserne consapevoli.
Camminare nei luoghi della fede – dal Monte degli Ulivi a Cafarnao – significa entrare in una dimensione in cui materia e memoria si intrecciano.
Un cantiere sempre aperto
Oggi, mentre la Terra Santa continua a essere attraversata da conflitti, il lavoro di conservazione può sembrare marginale. Ma per padre Alliata non lo è. L’interesse dei francescani per la materialità di questi luoghi risale alle origini stesse della Custodia: già nel 1330 Giovanni di Ferrazzola da Perugia, e nel 1347 Niccolò da Poggibonsi, giravano con il libro degli appunti annotando nomi, distanze, caratteristiche dei luoghi. Uno sguardo scientifico, ante litteram, sul patrimonio della Terra Santa.
Oggi quella tradizione si è tradotta nel Terra Sancta Museum a Gerusalemme, a cui padre Alliata ha contribuito, e in un lavoro continuo di inventario, studio e mediazione culturale; con testi pensati anche in ebraico e in arabo, perché il patrimonio cristiano antico possa parlare a tutte le comunità che abitano questi luoghi.
Bisogna imparare dalla storia nel senso di superarla: non continuare a fare come si è sempre fatto, ma cercare una via nuova. Non standardizzare la popolazione come se fosse tutta da una parte o tutta dall’altra. Ogni persona è differente, ha un’esperienza differente. L’importante è non smettere di comunicare.
La speranza non sta nell’assenza di tensioni, ma nella capacità di superarle.
La conservazione dei luoghi sacri diventa così qualcosa di più di un intervento tecnico: un processo aperto, imperfetto e continuo. Non una soluzione definitiva. Ma uno spazio possibile.