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A Betlemme con il Custode di Terra Santa

Giacomo Pizzi23 Dicembre 2025

“Anche se dovesse rimanere una sola persona in questa terra, noi continueremo a rimanere”. Inizia questo anno rivedendo la diretta di Natale con il Custode di Terra Santa, presidente di Pro Terra Sancta, in collegamento da Betlemme!

Guardare alla luce di Betlemme

Ancora una volta il Natale arriva in Terra Santa in un tempo ferito dalla guerra. È un Natale, vissuto nell’essenzialità per la mancanza di pellegrini, dove però anche i gesti più piccoli diventano segni di speranza.

Di seguito il testo della diretta.

Che clima si respira oggi a Betlemme e in Terra Santa?

Sicuramente il 10 ottobre 2025 [giorno dell’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza n.d.r] ha segnato una svolta molto positiva. Sappiamo tutti che è una tregua: una tregua fragile, una tregua scritta sulla sabbia, una tregua che non ha fatto cessare il conteggio dei morti.

Ma da quella mattina, da quell’annuncio, non solo è partita una speranza: ho incontrato uomini e donne i cui occhi hanno ricominciato a brillare. Qui in Terra Santa c’è una tradizione forte dell’accensione degli alberi di Natale: un evento che raduna non solo i cristiani ma tutti gli abitanti di questa terra. Ricominciano ad accendersi le luci.

Le luci vere di quest’anno, però, non sono solo quelle degli addobbi: ho rivisto una luce negli occhi della gente. Anche una speranza piccola può fare breccia nelle tenebre. Il Natale è anche questo: quando il buio è fitto, a volte basta un fiammifero acceso per illuminare.

Si vede già un ritorno dei pellegrini? E cosa significa per la gente?

Non siamo ancora ai numeri di prima, è evidente. Però va anche detto che in questi anni non ci siamo mai sentiti abbandonati: diocesi, parroci e la Chiesa in generale hanno manifestato vicinanza e solidarietà.

E questo vale anche per la gente qui: la speranza non nasce da un discorso (“forza, coraggio”), ma quando uno vede che qualcuno resta accanto, che ti vuole bene, che è disposto a condividere fino in fondo. Quando una persona si sente voluta bene può affrontare qualsiasi sfida.

Noi continuiamo a esserci accanto a questa popolazione, e negli anni abbiamo intensificato le opere caritative e di solidarietà: rimanere vicini, guardare nel volto le persone, sostenere famiglie, giovani, anziani. Anche la sola ripresa di qualche gruppo di pellegrini, ancora in modo molto “soft”, riaccende speranza concreta.

L’esodo dei cristiani vi preoccupa? Si può arrestare e sostenere chi resta?

La migrazione non riguarda soltanto i cristiani: è un fenomeno che riguarda le famiglie in generale. Di fronte alle difficoltà e a un clima che non favorisce l’educazione e la crescita dei figli, molti decidono di costruirsi un futuro altrove. È un impoverimento per questa terra e dobbiamo farci i conti.

Ma non mi piace guardare solo a chi parte. Anche se dovesse rimanere una sola persona, noi continueremo a rimanere. Noi non faremo mai un esodo: resteremo accanto a chi resta, anche fosse una persona sola. La missione non è “fare numeri”, ma essere presenza e compagnia.

Qual è il messaggio più importante per ricominciare dopo la guerra?

La parola è pazienza. Entrare nei tempi di Dio, che non sono i tempi degli uomini. Saper attendere, sapendo che ci saranno fallimenti, tentativi di incontro che non riusciranno, porte chiuse, diffidenza.

E insieme a questo, la saggezza del seminatore: seminare ovunque, anche tra le rocce o tra i rovi. Forse non saremo noi a vedere i frutti, ma il seme lavora nel tempo. Siamo chiamati a una stagione di semina: segni e occasioni di incontro, di dialogo, di attenuazione delle tensioni. Non è facile e non bisogna scoraggiarsi.

Come possiamo aiutarvi da lontano?

Prima di tutto: informarsi, documentarsi, conoscere. Non si può amare ciò che non si conosce.

Poi: rimettersi in cammino e tornare pellegrini in questa terra. Fa bene a chi viene e fa bene a chi vive qui, è una presenza che sostiene.

E infine: l’aiuto concreto per sostenere l’opera e la missione della Chiesa e dei francescani in Terra Santa.

Cosa può insegnare la comunità cristiana di Terra Santa ai cristiani d’Occidente?

Testimonia la fede in condizione di minoranza. Non è la stessa cosa vivere la fede in un contesto “cristiano” o viverla dove sei una piccola percentuale.

È una Chiesa che da duemila anni vive una prova continua, ma con lo sguardo fisso su Cristo e con una speranza tenace. Si percepisce come Chiesa “madre”, custode di una rivelazione che da qui si è diffusa nel mondo e che ha ancora un messaggio evangelico da comunicare a tutti: non solo una storia di salvezza, ma anche una geografia di salvezza.

Quale intenzione porti davanti alla Grotta della Natività?

Porto la necessità di imparare a farci piccoli, a farci bisognosi. Dire al mondo che la vera potenza e la vera ricchezza sono in quel bambino che viene a condividere la nostra condizione.

L’intenzione è che possiamo imparare da lui la via della mitezza, la via della piccolezza, la via del farci compagni di ogni uomo e di ogni donna.